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Tu sei qui: Salute e BenessereSanità, De Luca all’assemblea di Confindustria Salerno: «In Campania più contagi perché facciamo più tamponi»

Salute e Benessere

Sanità, contagi, tamponi, De Luca, Coronavirus

Sanità, De Luca all’assemblea di Confindustria Salerno: «In Campania più contagi perché facciamo più tamponi»

«Non voglio chiudere la Campania, non si può. L’obiettivo è arrivare a fine ottobre a un equilibrio, ad avere la parità tra il numero dei nuovi contagi e il numero dei guariti»

Scritto da (Maria Abate), giovedì 1 ottobre 2020 14:59:44

Ultimo aggiornamento giovedì 1 ottobre 2020 14:59:44

Nel corso dell'assemblea degli industriali salernitani, Vincenzo De Luca ha fatto un passo indietro per quanto riguarda la chiusura della Campania. «Io non voglio chiudere tutto. Non si può e non lo farò a meno che non troverò morti per strada», ha ammesso, tranquillizzando i soci di Confindustria Salerno, preoccupati per il futuro dell'economia.

E così, l'argomento economico si è intrecciato con quello sanitario, che pure ha bisogno di attingere dalle risorse messe a disposizione dal Recovery Fund.

«Abbiamo superato l'emergenza del commissariamento sanitario, che ci ha fatto perdere 13.500 posti di lavoro in 10 anni. Nel giro di due anni abbiamo affrontato e risolto il problema, giusto in tempo per l'emergenza Covid, perché siamo usciti dal commissariamento nel dicembre 2019», ha detto, per poi definire la ripartizione dei fondi europei «una guerra tra Regioni».

«Ci devono restituire 300 milioni di euro l'anno, altrimenti non approveremo nessun accordo Stato-Regione», ha dichiarato con decisione, per poi introdurre il discorso del divario tra Nord e Sud, che potrebbe essere colmato proprio con il Recovery Fund.

«Alla conferenza delle regioni della settimana scorsa - ha spiegato -, quando abbiamo proposto di fissare una cifra ben precisa per la spartizione delle risorse europee, il 35% per il Sud, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna hanno alzato le barriere. Quello che vorrei dire è che questa percentuale non è un regalo, è il minimo sindacale perché corrisponde alla popolazione meridionale. Per me il punto di partenza sarebbe il 50%, se veramente dobbiamo risolvere il divario tra Sud e Nord, come scritto sulla Costituzione».

«Riprenderà con forza - ha detto - anche il dibattito sull'autonomia delle Regioni rispetto allo Stato e qui credo che abbiamo possibilità di intesa anche con gli amici del Nord, perché una volta che accettano il principio della rimozione della spesa storica, devono accettare due altri principi soltanto: l'unitarietà del Sistema Sanitario Nazionale, perché bisogna garantire un minimo di qualità che sia comune nei servizi che diamo ai cittadini del Nord e del Sud, e l'unitarietà del Sistema scolastico nazionale».

E ha spiegato il perché della sua preoccupazione: «Una delle richieste fatte dalle regioni del Nord riguardava la possibilità di assumere direttamente personale medico sulla base di corsi di specializzazione regionali, non più nazionali. Questo significa che in prospettiva si può riaprire una situazione per la quale le regioni ricche pagano i medici un terzo in più rispetto alle regioni povere e questo comporterebbe un'emigrazione di figure professionali verso il Nord inaccettabile. Lo stesso vale per le scuole e allo stesso modo ci sarebbero ulteriori divaricazioni tra Nord e Sud».

Quindi è tornato sulla situazione dei test per rilevare il contagio da Covid-19. «Il Ministero della Salute ci dice che i test salivari sono tra quelli che si possono fare per gli screening di massa "però vi avvertiamo che l'affidabilità non è garantita". Noi in Campania stiamo con i piedi per terra: facciamo i test molecolari rapidi al Pronto soccorso, perché se mandi in reparto un medico positivo poi finisci per chiudere tutto l'Ospedale».

«Questa mattina abbiamo avuto un altro piccolo focolaio nel centro storico di Napoli, una trentina di positivi tra ragazzi tornati dall'Erasmus: avevano fatto una bella festa in un locale, senza mascherina», ha detto poi parlando della situazione sanitaria in Campania, che ad oggi conta 12.742 positivi.

Non è mancato l'aneddoto raccontato con l'ormai celebre ironia del Governatore: «Fonti certe mi hanno riferito la strategia dei gestori di strutture per sfuggire alla mia ordinanza: "Noi facciamo diverse fatture, ognuna da 20 persone". Dobbiamo ammettere che c'è creatività, ma poi come faccio a non arrabbiarmi?».

«Forse non è chiaro - ha affermato - che l'obiettivo non è di arrivare alla chiusura, ma di evitare la chiusura. Noi abbiamo fatto un grande lavoro di controllo per le persone che arrivavano dall'estero e stranamente ad oggi abbiamo più contagi delle regioni che non l'hanno fatto. Premesso che quelli individuati sono al 90% sono asintomatici, non abbiamo le terapie intensive ingolfate, ci siamo dati due spiegazioni: una è nella particolare congestione urbana che abbiamo nell'area metropolitana napoletana, la seconda è che il Ministero della Salute prescrive l'obbligo di fare il contact tracing solo per i parenti stretti, ma noi in Campania arriviamo anche al secondo e terzo grado di parentela, i colleghi di lavoro, gli amici... Mettendo nel conto che questo maggiore rigore ci porta a innalzare oggi il numero di contagi ma ci permette di evitare un'esplosione incontrollata domani. Noi ce li andiamo a cercare i contagi».

«L'obiettivo - ha chiosato De Luca - è arrivare a fine ottobre a un equilibrio, ad avere la parità tra il numero dei nuovi contagi e il numero dei guariti. Un altro dato è che l'indice RT in Campania è pari a 1, quindi siamo in condizioni di sicurezza. Il numero dei ricoveri ospedalieri è doppio rispetto a quello nazionale: un po' per l'abitudine a recarsi subito in Ospedale, un po' per la carenza storica che abbiamo nei distretti della medicina territoriale. Qui in Campania, appena in un pronto soccorso arriva un asintomatico con una linea di febbre viene ricoverato. Poi mentre al Nord un asintomatico viene riportato in isolamento domiciliare, in Campania c'è resistenza: l'asintomatico non vuole tornare a casa per non contagiare i familiari. Ci stiamo preparando ad avere la disponibilità di 18mila posti per i ricoveri, con centri di accoglienza per ospitare quelli che non hanno sintomi particolari, una sorta di "Covid Resort"».

 

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